• Gianmichele Lisai

In Sardegna il vino più antico del Mediterraneo occidentale


Si è a lungo pensato che la vite, con tutte le implicazioni culturali annesse, fosse giunta in Sardegna con i Fenici, ma numerosi studi più recenti hanno smentito questa ipotesi, collocando cronologicamente il primato europeo della vinificazione proprio sull’isola. Un primo elemento importante è stato l’individuazione, tra il 2006 e il 2009, di tracce di vite selvatica addirittura del periodo prenuragico, circa 4.500 anni fa, conservate in cavità del territorio di Santadi. Va sottolineato che l’attestazione di vitis vinifera sylvestris in contesti così datati non costituisce prova della simultanea acquisizione delle tecniche di vinificazione, in quanto l’uva poteva raccogliersi al tempo – e molto più probabilmente – per il semplice consumo, ma già all’inizio del millennio diverse ricerche avevano fissato in Sardegna la presenza della vite coltivata a partire dal Bronzo recente: a Borore, presso il nuraghe Duos Nuraghes, si registrava un deposito di semi carbonizzati di vitis vinifera vinifera attribuibili al 1300 a.C. circa e a Cabras, in località Sa Osa, la presenza di vinaccioli in strato del 1200 a.C. circa. Su quest’ultimo sito si sono concentrate ulteriori ricerche, che hanno portato al rinvenimento nel 2013 di tre pozzi sigillati contenenti semi databili tra il 1.200 e il 1.300 a.C, comprese tracce di vitigni domestici simili alla Vernaccia e alla Malvasia. Uno sviluppo più incisivo si ebbe senz’altro tra il Bronzo finale e la prima Età del Ferro, come attestato da numerose testimonianze ormai acquisite da tempo: a Villanovatulo, nella Capanna V del sito nuragico di Adoni, sono stati rinvenuti acini carbonizzati del XII secolo a.C.; a Triei, nel vano VII del complesso di Bau Nuraxi, pollini di vitis vinifera vinifera datati al 1000 a.C. e frammenti di una brocca askoide per il vino riferibili al 700 a.C.; a Villanovaforru, nel villaggio nuragico di Genna Maria, altri vinaccioli carbonizzati da ambienti distrutti in seguito a un incendio ascrivibile a un periodo compreso tra l’800 e il 750 a.C.; e ancora a Ittireddu, presso il nuraghe Funtana, ulteriori frammenti askoidi in contesto riferibile all’VIII secolo a.C. Ma la prima e più evidente conferma dell’acquisizione da parte dei Sardi di evoluti processi di vinificazione è data dal torchio per le vinacce di una capanna, databile intorno all’800 a.C., del villaggio nuragico di Monte Zara, in territorio di Monastir, scoperto nel 1993 e su cui recenti analisi chimiche hanno riscontrato tracce di acido tartarico prodotto durante la spremitura dell’uva. A tutto ciò si aggiunge la più consistente e recente scoperta, presso il complesso del nuraghe Arrubiu di Orroli, di un vaso nella torre centrale, di un askòs nel cortile B, di un’olletta e di una scodella nella tomba di Giganti, tutti utilizzati per contenere del vino bianco: il vino più antico del Mediterraneo occidentale. Il grande archeologo Ercole Contu, nell’ultima opera pubblicata pochi mesi prima della sua scomparsa, individua poi nel bronzetto con gruccia di Santa Vittoria di Serri (prima Età del Ferro) e in almeno altri due esemplari analoghi, non più l’offerente con stampella di consolidata interpretazione, bensì il contadino che porge alla divinità, come ex voto, il bastone a forcella del vignaiolo.

A partire dal tardo IX secolo a.C. si registra inoltre l’avvio della produzione delle cosiddette anfore di Sant’Imbenia, che prendono il nome dal sito algherese in cui sono state individuate per la prima volta. Derivate da un modello fenicio, sono attestate in diverse zone dell’isola, nonché in più centri di esportazione oltre mare, e associate a brocchette askoidi sarde per il vino, anche queste testimoni di scambi commerciali di area Mediterranea. Dall’VIII secolo a.C. è documentata l’introduzione del tripode per il vino speziato, che ci sposta più strettamente all’ambito fenicio, ma anche di insediamenti misti o indigeni. Se ai nuragici si deve quindi la prima domesticazione della vite selvatica, possiamo affermare che i Fenici, dallo spirito commerciante e in rapporto di pacifica convivenza e scambio economico-culturale con i popoli delle terre colonizzate, hanno contribuito, d’intesa con i Sardi, all’avvio della grande stagione del vino sull’isola, «[…] fra il tardo IX secolo e il VII sec. a.C.», ci spiega l’archeologo Raimondo Zucca, «quando le navi portavano ai porti del Mediterraneo centrale e occidentale, ma anche dell’Atlantico il succo spremuto dai grappoli dei vigneti della Sardegna occidentale».

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